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ANNUS ALBARUTHENICUS/ÃÎÄ ÁÅËÀÐÓÑʲ N* 2 / 2001 ã.

LE PORTE ORIENTALI DELLA CULTURA

Eugeniusz Kabatc


Dobbiamo precisare subito che sitratta soprattutto delle porte polacco-bielorusse, importantissime e forse più mobili nel flusso continuo della cultura che scorre verso est e viceversa.

I polacchi, come del resto rappresentanti di molte altre nazioni, si dividono sempre in quelli illuminati, che volontieri spalancano le porte della propria cultura, e quelli più avari e diffidenti che preferiscono tenerle chiuse. Dal punto di vista nazionale gli uni e gli altri sono abbastanza presuntuosi, per non dire superbi, ad affermare senza indugi, la supremazia della cultura polacca, tale da poter comunique aprire un po le porte, ma piuttosto in una sola direzione. Ma siccome in nessuna parte della nostra vita internazionale l’autarchia non si sa fare, le ali delle nostre porte della cultura ondeggiavano per mille anni in imbedue le direzioni.

La scelta della opzione occidentale nella politica dello stato decise dei nostri comportamenti anche nel campo della cultura. Solo per un certo tempo in tale politica padroneggiava un certo equilibrio, cioè ne epoca degli Jaggeloni, poi, come si sa, prevalsero i motivi religiosi. Per la prima volta fu construita la cosidetta „parete orientale”. L’hanno definita „l’antimurale del ceistianesimo” e subito la religione ortodossa è stata messa fuori della porta del Regno. Gli uniati che dovevano sostituire cristiani bizantini, non potevano generare forza creatrice tale da influire positivamente sulle sorti della nostra strana Repubblica delle Tre nazioni. Le grandi idee del grande stato pian piano si scioglievano in spiccioli, gli interessi degli oligarchi si scambiavano per le ragioni di strato, le guerre devastavano gli ampi spazi dei paesi ruteni, transformandoli in nostalgici Kresy.

Gli storici polacchi, bieloruteni, ucraini scrupolosamente analizzano le svolte di quei tempi, ma i risultati sono ancora parziali, spesso si contradicono fra di loro. Forse soltanto il secolo XIX si presenta im modo più transparente; il giogo zarista trova la risposta nella cultura e spesso unisce gli sforzi della difesa. Si potrebbe dire che allora si costruiva le più forti fra le porte dell’est per le quali passavano anche i più interessanti esempi del pensiero e dell’arte russi. Ma di una importanza particolare era la circostanza che quelle porte assorbivano soprattutto i fatti della propria etnia e offrivano un riparo necessario per costumi e usanze tradizionali che facevano rivivere anche le lingue, svegliando e rafforzando la conscienza dell’identità nazionale. Erano i tempi degli slanci nazionali in tutta Europa, le insurrezioni, le rivoluzioni, dei moti ribelli, le Primavere del Popolo trovavano sulla frontiera orientale dello spirito europeo il suolo già in parte preparato dal romantico senso della libertà. Ma ciň non bastava: mancava e mancherà per molto, come sempre da queste parti, la profondita del processo e il problema primario del popolo rimarrà quello della sopravvivenza fisica.

Anche semplificando le nostre riflessioni per esigenze di un intervento breve, segnaletico, si puň osservare chemolte di quelle porte son rimaste sul posto, sono ancora attuali, vive, ebenché non tutte spalancate, indicano almeno alcune vie d’intesa. La cosa più importante è che si trovino in un quadro delle idee non spente. E ne sono parecchie.

La prima nella cultura di frontiera con la Bielorussia si apre certamente l’idea mickiewicziana. Perché riesce a legare il passato con il presente, proiettandosi sul futuro più profondo. É un esempio per ambedue le parti di come si puň dalla Bielorussia di Pan Tadeusz (Signor Taddeo) arrivare fino a Parigi, dal poema nostalgico polacco – fino a saggezze europee di Sorbona. In parole brevi: come l’identità nazionale periferica puň essere rinfrescata nella più raffinata cultura europea. Le celebrazioni del giubileo del Poeta di due anni fa hanno generato un’iniziativa di costituire uno stabile istituto di collaborazione reciproca fra gli ambienti culturali dei Paesi interessati (Bioelorussia, Lituania, Polonià) per far rivivere un idea comunitaria europea tramite i contatti letterari ed artistical quotidiani. Potrebbe ottenere il nome dell’Accademia „Adamo Mickiewicz” (come quella di Bologna in Italia), pur non essendo un’ente statale, ma esercitando un’importante funzione educativa nella preparazione della sensibilità socio-culturale nei confronti della limitrofa zona di frontiera. Tutti erano d’accordo, ma nessuno neanche ha mosso il dito.

E va bene, non tutto finisce bene, ma intanto si organizza, ancora coi primi passi, l’istituto di studi e di incontri bielorussi in Polonia col nome della Società Villa Sokrates. Esso trova la sua sede nella casa del famoso scrittore Sokrat Janowicz e si distingue fra gli altri enti culturali non solo per’originalità d’invenzione ma anche per l’attività interpresa. Sotto l’auspicio della Società lo scrittore bielorusso ha preparato e pubblicato, qualche mese fa appunto, il multilingue, di grande fascino grafico e poligrafico (a cura del conosciutissmo Leone Tarasewicz) quel libro, già con il suo seguito, intitolato Annus Albaruthenicus 2000 con la presentazione e divulgazione internazionale concretizzate nei mass-media e dei convegni interdisciplinari organizzati presso la stessa Villa Sokrates.

In stretto contatto coi lavori della Società rimane la rivista „Czasopis” (La Cronaca), il mensile bilingue polacco-bielorusso che da qualche anno esce a Bialystok sotto la direzione del noto giornalista Jerzy Chmielewski. L’ambizioso periodico si apre in maniera sempre più vivace sugli spazi della frontiera anche spirituale e sui problemi del comune sviluppo.

La cultura è anche un certo genera della libertà, forse non universale, non assoluto (perché in quel easo facilmente diventa l’anarchia), ma tale da presupporre la necessità del dialogo e delle reciproche concessioni sulla strada della conciliazione. Proprio su questa strada sorgono le più belle porte che si aprono all’est. Perché lě appunto si localizzano pure la libera scelta della scuola e il libero insegnamento e studio della propria lingua, la lingua materna, sul territorio dell’altro stato. Non sono le porte grandi – sono poi le porte delle minoranze coi tutti i problemi che ne derivano – ma importante è che esistono è che sono forse ancora da allargare. Sul livello universitario la bielorutenistica in Polonia e la polonistica in Bielorussia funzionano già da molto tempo. Come del resto l’insegnamento bielorusso elementare e medio sulla fascia nord-orientale della Polonia. Da alcuni anni perň si son aperte pure le scuole polacche sul territorio bielorusso, cioè a Grodno e a Volkowysk. Tuttaria il problema irrisolto rimane ancora a Nowogródek, dove le autorità locali negano il permesso di costruire la scuola polacca; ch’è un vero peccato perchè si trattadi una città tanto legata al. grande Mickiewicz, poeta infine, che è stato apprioprato anche dagli stessi Bielorussi e noi non lo neghiamo sostenendo ch’è di tale grandezza che lo si pu condividere persino coi lituani.

La parete orientale, come si suol dire oggi, pensando alla strettissima fascia dei Kresy, nei confrontidei quali il resto della Polonia tiene un comportamento piuttosto sdegnoso, operlomeno sprezzante, noncurante (si sa che dietro la „parete” non c’è più Europa), dico, il verde polmone ortodosso della cultura cristiana (rif. alle parole del papa Giovanni Paolo II) non è ancora morto anche se lo potrà diventare. Facilmente con le nouve leggi europee puň essere stagnato e soffocato – transformandosi dalla frontiera che lega in quella che divide. Prima perň che questo disastro si verifichi allegriamoci con l’esempio di una porta paradossale che più aperta, più è chiusa. Mi riferisco alla Foresta di Białowieża, alla nostra antica selva, la vera comunità polacco-bielorussa, il cui fitto della riserva boschiva è chiuso per la gente estranea, ma per uccelli animali insetti rimane la patria più felice. Qui appunto sentiamo in modo più acuto il senso del nonsenso – l’assurdità di frontiera. La frontiera che corre atraverso i boschi campi prati la terra coltivata è un fenomeno del tutto incomprensibile e ci porta, con tutta la nostra ragione di umanisti, in uno stato della prostrazione e perplessità. Perché niente agisce qui conforme alla leggi naturali del confine, benchè si sappia che tutto poi, dico tutto attorno a noi, ha i suoi limiti e già dal bambino ci abbituiamo a costruire la nostra coscienza del possibile, cioè che attraverso la porta del mio cortile familiare non passerebbe mai un camion, e per la porta della nostra casa non puň addentrarsi in nessun modo quel pancione che abita di fronte.

Le nostre porte verso est non sono socchiuse solo quando neanche noi non siamo limitati nel nostro sguardo. Quando vogliamo capire che, sě, all’est succedevano molte cose tremende (come all’ovest ovviamente, come ovunque), ma anche eccellenti, in ogni punto dell’Asia lontana ma anche vicina, come quelle in Medio Oriente, che ci offrě il Cristo, poi lo ammazzň, e poi ci avena aperto, a tutta l’Europa, i tesori della grande civiltà mediterranea. Ma la prendevamo non solo da Roma ma anche da Bisanzio, da quella seconda Roma, e poi ancora da più vicina, la balcana e russa, che non è la stessa come prima, questo sě, che perň cogli stimmati orientali tanto nella storia perde che profitta. Importante è quanto la gente da tutto quello riceve. Perché solo quanto nelle nostre anime la cultura mediterranea, alla quale cosě strettamente si attaccano i Polacchi, diventa la cultura greco-romana, essa transformaloro in veri Europei. „Dove sono?” – chiedeva Iwaszkiewicz del suo racconto „Voci di Roma”, inchinandosi su una tomba e segnando la croce latina di fronte a quella bizantina. Chiedeva di ciň a Roma, al. cimitero protestante-ortodosso acconto alla piramide di Cestio. E rispondeva dalle rovine della Segesta greca in Sicilia: „Leżę w polu / na Podolu”, che significa che sono qua e là nello stesso tempo.

Quindi: non lasciamo l’Est alle spalle, perché ci raggiunge lo stesso, all’Ovest: a Venezia, a Palermo, a Parigi, là dove ci sono i più belli mosaici bizantini, dove si studia più profondamente il pensiero ortodosso. E la musica.

La musica, ch’è una delle più stupende porte verso la cultura orientale. Oh, quei grandi compositori russi, questo si sa! Ma si sa sempre poco che anche la musica polacca puň vantarsi di un contributo di non poco conto alla musica per le chiese bizantine. Come Karol Szymanowski con la sua opera lirica „Re Ruggero”, come Krzysztof Penderecki con la sua messa ortodossa „Utriennia”, come Romuald Twardowski con una serie dei canti ortodossi per Natale. Twardowski poi non solo si è addentrato nella musica bizantina con un sentimento di un uomo di frontiera (proviene da Vilno) ma anche con lavori lunghi e tanto fruttuosi presso il Festival Internazionale della Musica Ortodossa a Hajnówka, dove da venti anni presiede la giuria.

Il Festival che si svolge in una bellissima chiesa ortodossa situata a due passi dalla già nominata Foresta, è la più simpatica ed umana testimonianza della collaborazione fra glinomini di cultura. Si svolge in questo luogo appunto, dove presenta le possibilità della buona vicinanza in modo più universale e davvero senza limiti. Ciň è importante anche per questo che tale musica diventa pure un tesoro per tutta la cultura nazionale polacca e la sveglia, stimola e arricchisce.


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