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IL TEMPIO, OVVERO IL TRIPLICE PAESAGGIO DEL TERRITORIO DI CONFINE
Eugeniusz Kabatc
Tra la Polonia e la Russia si estende una vasta regione, che un tempo recava una triplice denominazione: Russia Bianca, Russia Nera, Russia Buona. La prima o quella autentica, l`altra è quella mitica, la terza è quella di Konwicki. Racchiusa nella comune denominazione lituana è sopravvissuta insieme a noi tanto a lungo quanto la Repubblica di Entrambe le Nazioni; fino a che giunse il tempo della resa dei conti e si vide che è sempre più difficile chiamare le cose con il loro nome. I tentativi continuano, abbisognano tuttavia del sostegno di contenuti, il cui valore sia superiore a quello delle annotazioni delle cronache storiche o a quello della contingenza politica. Il territorio di confine, si sa, ha i suoi segni peculiari, ma anche qui vige un certo ordine generale, riconducibile all`umanità nel suo complesso. Il trialogo, che Sokrat Janowicz, il guru dei bielorussi in Polonia, convocň nella sua Krynki per il terzo anniversario dell`importante iniziativa chiamata simposio internazionale o convivio bielorusso, venne completato dal momento della mostra dei tre fratelli Kabac. Originari – cosě come io stesso – delle sacre distese della Foresta di Białowieża, i miei più giovani cugini, Wiktor – pittore, Jan – architetto, riempirono le mie povere, impercettibili parole con il contenuto di un ecumenismo che oltrepassa i confini. Lo scopersero nelle loro anime talentuose quasi come nei templi dell`arte, donando al paesaggio della cultura bielorusso-polacca le verdi tonalità di un fitto bosco e l`oro delle nuove icone-chiese ortodosse.
Rafforzammo le forme dei colori con la musica sacrale „dell` interiorità profonda” e con la parola che si insinua dappertutto, e talvolta torna perfino utile.
La musica della voce: quale gran fortuna che non soltanto il cielo ne sia colmo! Spalanca a forza le porte dei nostri templi terreni al bene e al male del mondo, i cori degli angeli si spiccano dagli affreschi e recano il loro messaggio a est, a ovest, richiamando alla pace universale...
La musica della parola: registrando questo ingresso nel nostro triangolo fraterno, nel mio debuttante „Trittico bielorusso”, odo come la parola sorga nel silenzio, nella foresta, e allora so che la parola riesce ad essere forte come una quercia. Se non ci credete, ascoltate.
LA PAROLA
Al principio era la quercia. Dovunque si guardasse, la terra era ricoperta dalle selve: foreste, boschi, giungle – o alberi comuni. Tra di essi si muovevano gli animali e gli uccelli, si udivano i loro versi e lo stormire del vento. Dio, che amministrava tutto questo, un giorno si accorse della presenza dell`uomo. Si trattava di una creatura alquanto sparuta, si distingueva tuttavia per una certa scaltrezza, sagacia, il che lasciava presumere un barlume di pensiero. Nel complesso una natura cosi composita dava forma al paradiso, quello originale e l`unico conosciuto. Essa durň felice per milioni di anni e forse sarebbe rimasta la stessa per sempre se Dio, tediato da tutto questo, non si fosse arreso all`uomo, non lo avesse messo ritto su sue gambe e non gli avesse concesso di esprimersi tramite la parola.
La prima parola fu la più difficile. Nessuno sapeva quale oggetto dovesse esserne designato. E se la parola avrebbe dovuto essere soltanto il crittonimo di un qualche valore, opure esprimerlo sinceramente e precisamente, quella dinge an sich celata nell`essenza delle cose. Qualora già allora l`uomo fosse stato a conoscenza dell`esistenza del Creatore e dell` Amministratore Celeste, quella prima parola con tutta probabilità sarebbe stata Dio. Qualora fosse stato in grado di prevedere l`inferno che lo attendeva, avrebbe apprezzato il miracolo della natura a lui offerto e avrebbe ottenuto la precedenza il mondo che lo circondava, ovvero il paradiso. Ma all`intorno stormiva il bosco impenetrabile, vari antichi alberi intralciavano strade e sentieri. Soltanto la quercia si ergeva eterna sulle sue profonde radici come segno dalla sacralità suprema. A qualcuno l`uomo doveva rendere omaggio (cosě è la sua pavida natura), si fermň dunque al cospetto di questo albero ed esclamň: O! Quercia! La chiamň ad alta voce, per nome, e risuonň come Dio, come sole, come casa, come acqua, come folgore! E in questo modo ebbe inizio la nostra civiltà. Perchè questa parola fluida flui attraverso la storia, dando con la propria forza il nome alla grandezza o ai segni del sacro. Ecco la quercia sacra e l`uomo forte come una quercia, e chi resiste come una quercia. Il proverbio aggiunge che la quercia è diversa dalla betulla, e il lupo dalla capra. Ma la quercia, per davvero, non è lupo, è regale. Perfino il suo aspetto non suggerisce una minaccia, ma la grandezza dell`anima. E` divina secondo l`antico modo di intendere la parola. Quando la parola medesima diventa possente come una quercia.
Oggi che Dio- come un Negro che abbia fatto quanto gli toccava- si allontana amereggiato, la forza della parola si indebolisce, e le querce muoiono all`impiedi.
I PINI DI WIKTOR K.
...Questa foresta nei suoi quadri è duplice, talvolta popolata dagli spiriti della fede o soltanto di simboli mistici, talaltra soltanto il verde e l`oro scuro colmano lo spazio boschivo- da lontano, da vicino, dal centro. Il verde è puro, denso, profondo come le acque sorgive delle foreste, come gli stagni dei boschi sotto la volta degli alberi reclinati su di essi. Sempre più spesso diciamo: verde come nei quadri di Wiktor Kabac.
La foresta è come un tempio, è come una chiesa cattolica, come una chiesa ortodossa, come una sinagoga; chi l`ha interiorizzata ne diventa il sacerdote. Il guardiano della sua sacralità: altari, cimiteri, insegne, immagini, raggi di sole sulle tuniche argentee delle icone. Degli alberi, dei muschi e dei mormorii del vento. E delle croci nei boschi, di cui ormai sempre più spesso ci si dimentica, ma che sono il segno dell`uomo nell`alveo della natura.
Talvolta l`arte è un sabotaggio nella natura, la fa esplodere, la deforma, la frammenta. Ma riesce anche ad essere un ricordo comune- dell`uomo e della natura lasciando nella scia della vita tracce di coesistenza e di collaborazione. In questa situazione perfino la morte riesce a diventare degna di simbiosi: allorché l`arte conduce questi significati oltre la loro insignificanza. Gli artisti che credono nelle leggi ultraterrene scoprono allora la fisica nella metafisica. Wiktor K. collega infine questi due significati che si inseguono nella sua mente e crea l`icona del bosco.
Si tratta di una definizione ben lontana dall`arte di chicchessia, lo so, egli tuttavia trova in ciň che fa il suo specchio magico. I suoi pini non sognano di essere palme, come afferma il poeta, piuttosto si beano della loro collocazione in un bosco polacco, ne sono il sostegno e l`ordito. Cantano dall`alto dei loro tronchi sotto il cielo grigio, squarciato perň da un pezzetto di sole, oppure si torcono per il dolore facendo grondare resina dorata, bruni, neri fino al sangue. Nessuno sa quanto di ciň vi sia in lui e da dove tragga origine. Va bene, lo sappiamo: da ogni luogo e da se stesso. Perché egli stesso è arte. Vita brevis, silva longa, sulle ossa dei nostri antenati va crescendo ed è eterna, malgrado le guerre e i disboscamenti. E` in combutta con gli elementi della natura, contribuisce alla creazione del suo respiro e delle sue paure. Questo è sufficiente, la semplicità. La metafisica è in noi, non nell`arte. I pini di Wiktor K. sono noi stessi. In tutto. Unitamente alle radici.
Cosi è la Casa della Natura. Perfino nell`arte.
IL TEMPIO
Nel paesaggio del mondo il tempio occupa un posto nient`affatto mistico. La sua mole, anche quella immateriale, è maggiore, più piena del designato: in verità si puň dire che non vi sia nulla che lo racchiuda – come se in genere fosse privo di dimensione. A dire il vero si vorrebbe affermare che si tratta più di uno stato dell`animo che di un luogo, un mutevole chiaroscuro di riflessione, meditazione, preghiera, ma il paesaggio non scherza, in esso il vento appunto come lo spirito, soffia dove vuole, afferma il biblista, cosicchè quando sui prati circostanti Leopoli fa affluire nere nuvole all`incontro con il papa, questi deve implorarlo con lo scongiuro montanaro: „pioggia, pioggia resta su!”
Si dice allora che la gente è troppo avvezza alle comodità per volersi dedicare totalmente alle proprie preghiere- infradiciandosi fino all`osso o arrostendo d`estate, gelando d`inverno- che come gli animali e gli uccelli deve cercare un riparo con tutto ciň che le appartiene nelle tane e nei nidi: la sua intera vita, la sopravvivenza biologica, preservando la continuità della specie, moltiplicandosi in sicureza, mandando per il mondo la sua prole. Le pareti e i tetti delle nostre dimore, cappelle, sacelli esistono dunque soltanto in funzione del clima? Riflessi condizionati di una spaurita barbarie e di una tradizione originaria?
Allorchè la cultura si introdusse nella sacra, premitica semplicità dell`esistenza umana, divenne chiaro che il mondo è un unica grande contraddizione. Che nulla più ormai è innocente, che ci troviamo avviluppati nella magia dei segni, i quali promettendoci la verità, ci conducono su una falsa strada. Il tempio avrebbe dovuto arrestare questa concatenazione, tuttavia le culture nazionali, nelle quali è insita un enorme quantità di pericolosi vortici, vi fecero irruzione senza rimorso. Di più, tentarono di prendere il sopravvento su questo spazio sacro, di definirlo alla loro maniera e di utilizzarlo a seconda appunto delle nacessità nazionali, e non universali, cercando qui il tornaconto e non i valori autentici. E dato che anche tali ” valori autentici”non sono troppo chiari, spesso addirittura in contrasto in se stessi o tra di loro, una prudente tolleranza ci impone di tenere spalancate le porte dei nostri templi, sia che si tratti dei templi della fede, del pensiero o semplicemente della natura.
Le diflicoltà maggiori lo abbiamo oggi con il tempio della fede, di una certa determinata religione, che per chi la professa è l`unica giusta. L`approccio dottrinale verso i suoi dogmi ne serra le porte, a volte con gran fragore, allontanando la sua sensibilità verso le altre comunità dello spirito, dell`intelligenza, della natura, e in particolare verso i templi di altre confessioni, anche di qulle laiche. Il trionfalismo, manifestandosi in modo naturale come sensazione di forza, oppure provocato, non soltanto non accelera il processo dell`ecumenismo, per quale si prodigano i filosofi e i teologi dell`unità universale dell`uomo, ma al contrario vorrebbe sublimare la propria conquista dello spirito con la grandezza del tempio. Il più grande, ovviamente, sarebbe quello sotto il cielo aperto: ma l`ingordigia dell`uomo verso le sue proprie conquiste è smisurata: un tempo si espresse nella torre di Babele, mentre oggi ci sono i grattacieli oppure le enormi superchiese (come a Licheń ”sei ettari di tempio” – il tumulo di Varsavia, o nuova basilica di San Giovanni Rotondo) le superchiese ortodosse (come a Belgrado o a Mosca), le supermoschee (come a Casablanca), le superchiese protestanti, come nella non lontana Wołkowysk, subito al di là del confine bielorusso.
Ed eccoci arrivati a casa. Occorre infatti che ci rendiamo conto di tutta la forza delle ambizioni e della scaltrezza umane, addirittura della tracotanza insita qualche volta nei progetti di impacchettare il cielo, per comprendere la gravità della situazione, ch vorrei presentare sul modesto esempio della mia cittadina natale. Sono sempre partito dal presupposto che la cultura di confine abbia la sua forte specificità nelle difficili condizioni di vicinato. Credevo e non ho ancora del tutto perso tale fiducia-che in un territorio ricco di storia sia facilissimo dimostrare che l`arte, i suoi creatori, ispiratori, sostenitori, in una parola: l` arte unta con la sacralità dello spirito, è in grado di armonizzare il paesaggio relativo al tempio secondo la dimensione umana, più precisamente, secondo la profondità e la saggezza umana. Là, a Wołkowysk, oltre all`imponete santuario dei Testimoni i Geova (che in certo qual modo ha preso il posto della sinagoga dell`anteguerra), ci sono altre due chiese cattoliche e sono in fase di costruzione due chiese ortodosse. Ed ecco che una di esse è una copia rimpicciolita del tempio che scaturisce da uno dei progetti del minore dei miei cugini, Jan. Tra i segni kabacistici, da non confodersi con quelli cabalistici, di cui i miei cugini germani si avvalgono in questa mostra, in questo tentativo di mostra dalla modestia assai audace, vi sono forse scongiuri che ci è difficile rilevare- alla fin fine si metono in comunicazione tra loro e collaborano talenti nati sotto la medesima quercia o pino di Białowieża – ma vi sono anche forme dalla purezza espressiva talmente grande, che la loro parte nella formazione della cultura universale è al contempo un omaggio reso alla propria piccola patria. Abbiamo trovato un architetto – disse il metropolita Sawa, più alto esponente della chiesa ortodossa in Polonia, di Jan K. Allorché costui a Białystok, sulla collina di Antoniuk, eresse il suo magnifico tempio ortodosso. Ne edificň un altro a Hajnówka, là dove attraverso il cimitero la città si immette nella foresta. Davanti alla casa di suo fratello, sulla strada verso le tombe del loro padre e della loro madre, all`ombra delle querce e dei pini.
Ecco l`armonia fraterna nell`estetica del paesaggio: l`opera dell`uomo iscritta nella natura e nella memoria. Opera innalzata talvolta come una preghiera sui gradini della scala di Giacobbe. Tutavia ”che vogliono dire le nostre arti, il nostro sfarzo, le nostre città? – domandó una volta Chateaubriand. – Se hai desiderio di uno spettacolo autentico, va` al tempio della natura, nella foresta...”
Questa è la mia voce nella discussione sulle patrie, sulle minoraze etniche, sulla piccola, eppure splendida vita nel tempio... Perchè piccola? E` grande nell`unità del mondo, è coerente, cosi come scrisse Hegel nella sua Estetica: „Quando entriamo all`interno di una cattedrale, non pensiamo alla potenza dei pilastri, abbiamo invece l`impressione di trovarci in un bosco dall`innumerevole quantità di alberi, i cui rami si pieghino gli uni verso gli altri e si congiungano in alto, creando una volta naturale”.
Cosi è la nostra partecipazione alla vita dun territorio pacifico e ispiratorio di confine. Non esiste nulla di più importante della sensazione di appartenere a una comunità. Anche se fosse soltanto il cielo comune sopra di noi.
Traduzione in italiano di Giuliana Bertone-Zieliński
Ý¢ãýí³þø Êàáàòö – âåäàìû ïîëüñê³ ï³ñüìåíüí³ê, ïåðàêëàäí³ê áåëàðóñêàé ë³òàðàòóðû, ÿå ñàðäý÷íû ñÿáàð, (íàð. ó 1930 ã. ó Âà¢êàâûñêó). Çíàõîäçÿ÷ûñÿ äî¢ã³ÿ ãàäû íà äûïëÿìàòû÷íàé ñëóæáå ¢ ²òàë³³, ïàãëûá³¢ñÿ ¢ ÿå êóëüòóðó, ñïðûÿþ÷û ïàøûðýíüíþ òàì ÿê ïîëüñêàé, òàê ³ áåëàðóñêàé ë³òàðàòóðà¢.
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Sokrates
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